Il viaggio nel tempo di Sardinia Diary nella Fonni che fu per la 2^ edizione di PaStorìas

Un fine settimana alla riscoperta delle tradizioni, degli antichi mestieri e dei piatti tipici del paesino ai piedi del Gennargentu.

08/09/2012

Settembre è il periodo ideale per fare un giro nell'entroterra sardo alla scoperta di sagre ed eventi dal profumo e sapore antico. Riposto dunque il costume da bagno, per due giorni, per conto di Marenostrum e insieme a Claudio di Tag Sardegna, vado a seguire PaStorìas, una manifestazione giovane che promette di stupire. Allora via, senza indugio, seguitemi in questo viaggio, anche fotografico, direzione Fonni! È il paese sardo che, con i suoi 1000 metri, si erge a sentinella della sua terra madre, una Sardegna che gli ha dato un’ottima acqua (Fonni deriva dalla parola latina fons ovvero fontana), pascoli erbosi, verdi boschi di lecci che si specchiano sul lago di Gusana e montagne a distesa d'occhio che avvolgono come in un abbraccio.


I fonnesi, grazie al loro carattere caparbio, su queste montagne hanno costruito il loro nido in un saliscendi di viuzze intricate in cui vorresti fermarti a guardare ogni singola casa di pietra, porta di legno e murale che fotografa un salto nel tempo. Come quello che mi fa compiere PaStorìas che riesce a colpirmi per la sua autenticità, restituendomi un quadro del mondo agropastorale che spesso noi cittadini leggiamo solo attraverso le pagine di un romanzo deleddiano.


A Fonni riesco a fare esperienza di un vissuto che è quello dei miei nonni, che non ho mai conosciuto, anche loro barbaricini. Ed è così che scopro come le donne, fiere nei loro sguardi cerulei, fulcro e cuore dell'economia domestica, lavavano i panni con un sapone fatto di ingredienti come il grasso animale e la “lisciva”, la cenere del caminetto poi sostituita con la meno naturale soda caustica.

Rimango colpita dall'intero processo che porta alla trasformazione della lana, dalla tosatura della pecora alla smistatura, dalla pettinatura alla filatura, fino alla tessitura al telaio. La magia è in quelle mani rugose percorse da vene pulsanti che, veloci, compiono i gesti memorizzati fin da piccole quando erano bianche e lisce.


Poi ci sono gli uomini, nei loro abiti di velluto avvolgente che mette in evidenza i muscoli scolpiti dal lavoro, che ti osservano dalle indecifrabili profondità di quegli occhi scuri mentre parlano un dialetto arcaico e melodico e assolutamente incomprensibile per una cagliaritana come me!

Una folla di curiosi fa capannello attorno ad alcuni di loro intenti a realizzare il delizioso Pecorino, il latte che si trasforma in formaggio, che meraviglia!

I fonnesi si rivelano estremamente gentili e accoglienti sempre pronti ad offrirti un frutto fresco, un dolce o un sorriso. Come i ragazzi coinvolti nell'organizzazione dell'evento che ci hanno raccontato della dura vita del pastore, della solitudine della transumanza che li portava lontano da casa e delle notti passate a guardare il cielo popolato di stelle e di sogni abitati da un'amata sposa e dal tepore della propria casa.


Ma c'era il ritorno ed era tempo di festa che rivive oggi nelle piazze grazie ai caroselli equestri, ai balli e ai canti a tenore che sono un modo per raccontare altre storie, dal corteggiamento alla ninna nanna.

Infine la rievocazione del carnevale con la spettacolare ed adrenalinica esibizione delle maschere tradizionali degli Urthos e Buttudos in un rituale che prevede la vestizione con pesanti pelli per i primi e luttuosi cappotti in orbace per i secondi, le facce scurite dalla fuliggine a lasciare gli occhi illuminati come finestre nel buio.

La trasfigurazione si compie, ed è un fronteggiarsi e rincorrersi continuo, fuggire per poi essere catturati, l'uomo e l'animale, la ciclicità della vita e della morte. Simbolismi ma anche un modo per svagarsi che ancora oggi affascina e conquista, come questa manifestazione bambina che, a soli due anni, ha già il suo bel carattere.


Arrivederci PaStorìas!


Daniela Deidda